La FIVL entra nel consiglio dell’Aero Club d’Italia

Aero Club ItaliaL’Aero Club d’Italia (AeCI), ente di diritto pubblico federato al CONI, ha rinnovato il proprio Consiglio Federale durante l’assemblea tenutasi a Roma nella sala d’onore del CONI al Foro Italico. Gli addetti con diritto di voto erano 175.

L’AeCI riunisce in organismo federativo nazionale associazioni ed enti che si interessano allo sviluppo dell’aviazione sportiva. Tra questi le federazioni sportive aeronautiche (FSA) che rappresentano le
diverse discipline del volo a motore, volo a vela (aliante), volo libero (deltaplano e parapendio), volo ultraleggero e paramotore, paracadutismo, aeromodellismo, volo aerostatico (mongolfiera, pallone, dirigibile), volo acrobatico in aliante e a motore, e costruttori di aeromobili amatoriali e storici.

Come previsto dalle norme statutarie, alla carica di consigliere federale sono stati eletti tre membri da parte dei presidenti delle FSA, precisamente il veneto Luca Basso, presidente della Federazione Italiana Volo Libero (FIVL), il lombardo Adolfo Peracchi, presidente della Federazione Italiana Aeromodellismo (FIAM) e Flavio Giacosa di Torino, presidente della Federazione Italiana Volo Ultraleggero (FIVU).

Tre consiglieri sono stati votati dai rappresentanti dei giudici di gara e degli atleti, cioè il lombardo Sergio Dallan della Federazione Sportiva Italiana Volo Acrobatico (FSIVA), il veneto Manuele Molinari, vice presidente della Federazione Italiana Volo a Vela (FIVV) ed il bolognese Diego Villa, presidente della Federazione Italiana Paracadutismo Sportivo (FIPAS).

Demetrio Catanese di Reggio Calabria, Antonio Dentini di Arezzo ed il lombardo Marco Gavazzi sono stati eletti dai presidenti degli Aero Club locali. Giorgio Fogliani è entrato nel consiglio quale presidente della Commissione Centrale Sportiva Aeronautica.

Si è provveduto anche a eleggere i revisori dei conti nelle persone di Giovanni Di Fede e Pierluigi Arnera.

Autore:

Gustavo Vitali – Ufficio Stampa FIVL – Federazione Italiana Volo Libero ( http://www.fivl.it )
Mail: vitali.stampa (AT) fivl.it
Cell: 335 5852431
Skype: gustavo.vitali

Sito: http://www.gustavovitali.it
Comunicati Stampa: http://www.fivl.it/index.php/table/ultimi-editoriali/

Richiesta Informazioni:

  1. Aero Club d’Italia
    Sito: http://www.aeci.it

Recensione: Uomini che odiano le donne ( Stieg Larsson )

Uomini che odiano le donneUn libro, e il contesto.

Violenze sulle donne, un tema caldo che fa (o dovrebbe) arrossire il mondo.

Non si può fare a  meno di rimanere sconvolti da tanti episodi violenti che si verificano nel quotidiano e a livello planetario verso la donna e che contribuiscono ad imbarbarire ogni società sia nell’aspetto laico che religioso. Tema  che si ritrova ampio e variegato nelle vicende di “Uomini che odiano le donne”, il libro di Stieg Larsson che ha già venduto dieci milioni di copie nel mondo (ed è il primo di una trilogia denominata “Millennium”). Un caso  editoriale, nato dal passaparola, e che per intenderci, sta ripercorrendo il successo del “Codice Da Vinci” di Dan Brown. Tema ben diverso: qui non vi è una “riscrittura” della storia della Chiesa, e il successo non è di tipo scandalistico, ma paragonabile per dimensioni.

Il libro dello svedese Larsson, autore scomparso prematuramente, è un giallo-noir di 676 pagine uscito nel 2007: un mattone dunque, e te lo aspetteresti pesante, invece, la lettura è quasi sempre scorrevole, leggera.

I terribili misteri della famiglia svedese dei Vanger, si intrecciano con quelli di un giornalista e di una hacker che tentano di far luce su vicende archiviate dal tempo. La famiglia è potente, ambigua, complessa, per certi versi affascinante, anche se in modo perverso. Potentati economici che si scontrano tra di loro e con i due protagonisti: Mikael e Lisbeth (caratterizzati in maniera memorabile,soprattutto Lisbeth). Il giornalista Mikael attraversa un insuccesso professionale, l’hacker Lisbeth ha una vita sociale difficile, disadattata e retaggio di un’infanzia terribile. La trama presenta tante sorprese, la fredda atmosfera nordica è ben rappresentata ed è perfetta come cornice. Uno degli aspetti di questo libro è “l’imperfezione” dei personaggi. Qui anche eroi ed eroine, oltre ad emergere per la buona causa sociale, vengono presentati e vissuti come sono anche nei loro difetti. I personaggi – in apparenza – secondari, non sono mai tali perché mai scontati.

Nessun artificio, tanta umanità nel bene e nel male.

“Uomini che odiano le donne” è diventato anche un film uscito in Italia in 29 di maggio e che sembra volare sulla scia del successo tracciata dal libro (intanto in Svezia ha già avuto un successo strepitoso).

Buona lettura e buona visione, per gli amanti del genere e per chi vuol riflettere su tematiche scottanti.

Autore: Danilo Stefani

L’Italia del Terzo Millennio si Scioglie come Neve

Alluvione e FangoBasta che piova, che piova forte, o piano ma a lungo, e l’Italia del terzo millennio si scioglie come neve. Aspettando i mirabili ponti e viaggiando alla mega velocità dell’alta velocità, la terra – torturata, profanata, ignorata, dimenticata – ci presenta il conto anche questa volta: stavolta tocca a Messina. Altri morti. Ma  vittime di chi rimanda, di chi non vede, di chi gigioneggia,  di chi traccheggia, di chi solfeggia, di chi scalda la pratica insieme al popò  sulla poltrona bene ancorata a terra (l’unica terra che tiene). Comune – Provincia – Regione, il magico trittico dalla burocrazia pletorica sforna spesso i suoi mostri dalle mille teste.

Pazienza se piove due ore (forte) e vengono giù le case, pazienza se piove due giorni (piano) e si paventa solo che alla prossima acquetta “mi sa che viene giù qualcosa”, pazienza se poi viene il sole (forte) e rimanda il problema, tanto le case le rifacciamo e mica lasciamo soli i messinesi, gli astigiani, i cuneesi, i salernitani; mica ci scordiamo dell’italiano e della sua solidarietà, ci sono sempre i telefoni con gli sms a donazione, le banche che diventano generose, le tv che propagandano aiuti, e mielose ci ricordano “aiuta”, “aiuta”, per…per…per Dio!

Ho il sospetto del perché l’italiano delle disgrazie sia così solidale: generazioni e generazioni cresciute e vissute con il fatalismo istituzionale trasmesso in corpo con il motto “quando deve succedere succede”  – e ne vengono tante di disgrazie mascherate da disgrazie – non potevano che produrre un esempio mondiale di solidarietà. Quale popolo è più allenato del nostro?

Un paradosso, ovvio, ma fino a un certo punto.

Il calore latino non dipende dal fango e da chi lo produce. Ma la solidarietà dipende anche dalla vetrina (sociale) e dal sentirsi “a posto” (individuale), in un contesto dove la scelta più semplice è prendersela con il destino e versare il contributo, dimenticando che per chi viaggia a grandi velocità il paesaggio appare sfumato e progettando “grandi opere”  si dimentica l’opera primaria : la sicurezza. Che non dovrebbe essere evocata solo part-time, ma di problema in problema e anche di fango in fango.

Autore: Danilo.

La Prostituzione e L’ipocrisia Comune

ECCO PERCHE’ LA “REGOLAMENTAZIONE” E’ L’UNICA PROSPETTIVA POSSIBILE.


Prostituzione In Italia
I NUMERI DEL “MERCATO DEL SESSO” IN ITALIA:
Secondo i dati resi pubblici nel corso dell’ultimo Convegno della Caritas (svoltosi nel 2008, in occasione del 50° anniversario della legge Merlin n.75 del 1958):

- in Italia operano non meno di “70 mila prostitute” (non solo donne, anche uomini e transex);

-di queste, circa il 50% sono straniere (provenienti da ben 60 paesi diversi: nigeriane, albanesi, polacche e bielorusse soprattutto) ed il 20% minorenni;

- le donne che si prostituiscono in strada sono circa 30.000: le restanti esercitano la “professione” in casa o in locali privati;

- solo il 20% (secondo altri dati addirittura il 10%) di chi si prostituisce è vittima del racket (generalmente straniera, si tratta di donne condotte in Italia con il miraggio di un lavoro dignitoso per poi, sequestrati i documenti, essere costrette a prostituirsi attraverso violenze e minacce, rivolte anche a parenti, genitori o figli rimasti in patria);

- sono “9 milioni” i clienti (di cui ben l’80% richiede rapporti “non protetti”);

- per un giro d’affari che si aggira attorno ai 90 milioni di euro al mese (oltre un miliardo l’anno!).

UN DIVERSO APPROCCIO AL FENOMENO DELLA PROSTITUZIONE

PRIMO: PERCHE’ NON CONSENTIRE LA PROSTITUZIONE “LIBERA E VOLONTARIA”?

Accanto alla prostituzione “coatta” (che costituirebbe non più del 20% delle 70.000 prostitute che operano in Italia, secondo i dati forniti da organizzazioni come il Censis ed il Parsec) esiste anche una prostituzione “volontaria”; la “non prevalenza” della costrizione nella prostituzione, del resto, è stata affermata anche dall’Osservatorio sulla Prostituzione del Ministero dell’Interno (composto da molte tra le più reputate organizzazioni di assistenza).

Ciò comporta il dovere di riconoscere e rispettare pienamente la “libertà di espressione sessuale” di ogni persona, finanche se quest’ultima scelga di prostituirsi! “Vendere” il proprio corpo rientra -piaccia o non piaccia- tra quelle libertà personali garantite dalla Costituzione (art. 13) e meritevoli “sempre” di tutela nei limiti in cui non incidano sulla “pari libertà” degli altri!

Perché, allora, non tollerare (e regolamentare) la “libera e consapevole” scelta di un soggetto maggiorenne (uomo o donna che sia) di concedere prestazioni sessuali dietro controprestazione?

Una “parziale legalizzazione” della attività di meretricio perseguirebbe un duplice obiettivo:

  1. far emergere la prostituzione “volontaria” (sull’esempio di quanto avvenuto in altri paesi europei, dove questa ha trovato forme legali di svolgimento, minimizzando i costi che ricadono sulla società e sulle persone che svolgono l’attività);
  2. e perseguire più efficacemente la prostituzione “coatta”, ossia il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione (concentrando gli sforzi dell’apparato repressivo dello Stato sul contrasto agli sfruttatori).

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“Terronia take away”: un cibo sudista o un nuovo locale in riva al mare?!

Emigrazione da Sud a NordSiedo sull’autobus che mi porta al lavoro come tutte le mattine, è il 17 Luglio, e davanti a me un anziano signore legge il quotidiano Libero. Cattura la mia attenzione un articolo: “La mia terronia da asporto”. Non esito e allungo il collo per leggere anch’io. Si parla dell’esodo ininterrotto degli italiani del sud che si trasferiscono al nord:

“Fuga dal Sud, denuncia Napolitano, più di centoventimila emigrati a Nord solo nell’ultimo anno.  Non si può vivere solo di mammà e nemmeno di babà. Ragazzi, qui siamo tornati a più di cent’anni fa, quando Ettore Ciccotti descriveva l’emigrazione come un’emorragia inarrestabile del Sud verso il Nord. Che è proseguita lungo il secolo scorso (…) (…) rallentando negli anni tra le due guerre, riprendendo poi nel dopoguerra, riassopendosi poi, e negli ultimi anni risalendo alla grande e in versione laureata. Non più braccia lavoro ma soprattutto menti qualificate, non più valigie di cartone ma trolley leggeri, niente cartoline strappalacrime ma sms d’addio ironici e spiritosi. Poi si torna periodicamente alla grande Madre meridionale, grazie ai voli low cost. I cordoni ombelicali non sono spezzati, ma sono wireless, tramite internet e telefonini.”

Che l’Italia sia una sola è cosa dubbia sin dai tempi sfortunati di Carlo VIII – allora certamente giustificabile! – E nell’epoca del politically correct, in cui è offensivo usare la parola “cieco” o “handicappato”, c’è chi con tanta nonchalance identifica con terrone l’abitante del sud (sfigato per usare un termine del “nord”…) che a causa di mancanza d’impiego si sposta in terre maggiormente prospere di futuro. Certamente il dato è allarmante, così come il problema che giace nel fondo. Io ne sono un esempio e rispecchio appieno questa descrizione: trasferita da sud a nord per motivi di studio e con la speranza di un futuro professionale maggiormente gratificante. In fondo, non ci sarebbe nulla di male in questa definizione, né tanto meno qualcosa di offensivo.

Eppure, leggendo qualche riga più sotto trovo qualcosa che va al di là dell’offesa e della cattiva informazione:

Perché fuggono dal Sud? – si chiede il giornalista –Perché il Sud è sparito. Il Sud non fa famiglia, non fa gruppo, non fa città, non fa mito, non fa comunità, non fa rete e sistema. Al più fa associazione a delinquere. Finito il clientelismo pubblico, mal spesi o non spesi i fondi europei, mancando lo spirito di chi sa trasformare il luogo in risorsa, non c’è trippa e si parte. Salvarsi da soli per non sprofondare insieme; è questa la malattia del Sud e insieme la sua risorsa, uso singolo.” (Grassetto mio). Buona parte degli intellettuali e della classe politicante e industriale di oggi snobba completamente o minimizza ancora il ruolo decisivo e devastante – oramai noto se non altro grazie al contributo di Gomorra di Roberto Saviano che l’ha portato nelle case di milioni di persone nel mondo, e non solo in Italia – del nord nel mancato sviluppo del sud sopratutto nell’alimentare le associazioni mafiose in tutti i loro traffici illeciti.

Sorprende che ancora una volta si faccia risalire tutto il dilemma all’inettitudine e/o all’opportunismo degli abitanti che migrano in altre terre più a nord: la scelta di cambiare allora diventerebbe l’estrema conseguenza per salvarsi da una inevitabile fatalità e sfuggire ad un mondo ingiusto e senza via d’uscita. Questo può essere vero in tanti casi, ma resta comunque fermo il fatto che ci si sposta nella stessa nazione! Al giornalista di Libero io risponderei semplicemente che il sud non è sparito, né ha smesso di essere famiglia, bensì continua a esistere e “si mischia”. Ciò che 30 anni fa il nord ha cercato di evitare come la peste si è avverato: il nord non esiste più, e i suoi cervelli in minoranza.

E se non smetteremo di pensare ancora che esistono due realtà distinte l’Italia non farà altro che naufragare nel grande mare dell’Europa unita che intanto si dà da fare per “civilizzarsi”…