Recensioni di “Whatever Works – Basta che funzioni”, ultimo film di Woody Allen

Basta che Funzioni Dopo una serie di film ambientati a Londra (Match Point, Scoop, Sogni e Delitti) e ad un anno di distanza dagli intrighi amorosi di “Vicky Cristina Barcelona”, Woody Allen torna a New York e ci torna per girare una commedia esistenziale tipica del suo vecchio stile. Ironia, sarcasmo e cinismo caratterizzano i 92 minuti di Whatever Works – Basta che funzioni, nuovo lavoro del regista newyorkese, che per questo film ha ripreso una sceneggiatura scritta una trentina di anni fa. Fisico-matematico ex-candidato per il premio Nobel, Boris Yelnikoff (l’ottimo Larry David), pessimista convinto, ha già tentato una volta il suicidio, ma ha fallito.
Lasciato dalla moglie si ritrova solo e zoppo, ma non rinuncia alla sua personale crociata contro la società, le sue ideologie, i suoi suoi luoghi comuni e i suoi credo.
Commedia dolce-amara dal carattere autobiografico, con un protagonista che dovrebbe essere un genio razionale, ma in realtà è ipocondriaco e ha paura del buio.
Nonostante la sua visione d’insieme, anzi, forse proprio a causa di questa, Boris non riesce a liberarsi dal suo pessimismo e dai suoi attachi di panico, fino a quando, per caso, incontra Melody (la brava Evan Rachel Wood) giovane, bella ed ingenua ragazza del Mississipi, che per fuggire dalle frustrazioni della madre va a cercare miglior sorte a New York.
Ed è proprio davanti alla porta di casa-Boris, in un buio vicolo della grande mela, che i due si incontrano.
Basta poco tempo per convincere Boris che, a volte, il genere umano può creare qualcosa di positivo.
Come fosse la conseguenza più naturale dell’incontro-scontro di due mondi opposti, il genio di lui e la semplicità di lei, l’età e gli acciacchi fisici di lui e la giovane bellezza di lei, i due si sposano. L’apparente equilibrio di questo bizzarro rapporto tra Boris e Melody verrà bruscamente rotto dalla madre di lei (nel frattempo lasciata dal marito), che riuscirà a rintracciare la figlia a New York, così come il padre (nel frattempo lasciato dall’amante). Da qui una serie di reazioni a catena, che sconvolgeranno le vite dei protagonisti, rendendo il film piacevole e scorrevole, a tratti brillante ed esilarante. Il tutto condito dalla pungente ironia e dal cinico sarcasmo dei geniali monologhi-dialoghi che farciscono il film dall’inizio alla fine. Nel frattempo l’equilibrio verrà ristabilito, e i protagonisti ritroveranno la felicità, ognuno a modo suo..

Nulla di nuovo forse, ma questa commedia alleniana di certo “funziona”, e, per un ora e mezza, fa pensare, ma anche sorridere e divertire.

Recensione de “Gli amici del Bar Margherita” di Pupi Avati

Gli Amici Del Bar MargheritaFoto di gruppo ci sono tutti o quasi. Manca “coso”, cosi’ battezzato da Al, il leader del gruppo.
In una Bologna degli anni ‘50, 1954 per l’esattezza, ricostruita a Cuneo per l’occasione, sono tutti in posa per l’annuale foto degli avventori del Bar Margherita.
Il cast e’ un classico (per Pupi Avati) d’eccezione (per il pubblico): Diego Abatantuono, Gianni Cavina, Neri Marcore’, Katia Ricciarelli. E poi le eccellenti novita’ Luigi Lo Cascio, Luisa Ranieri, Laura Chiatti, Fabio De Luigi e Pierpaolo Zizzi.

Dopo la struggente storia de “Il papa’ di Giovanna”, il regista bolognese scatta una fotografia degli anni in cui, da adolescente, cercava di conquistarsi, attraverso stratagemmi di ogni sorta, un ruolo da adulto (e protagonista) tra gli amici del Bar Margherita.

Tra nostalgia e cinismo, Avati ci raccontata le peripezie di un farcito gruppo di amici: truffatori, ladri di automobili “linfomani”, cantanti, venditori di cravatte..la cui vita ruota attorno al loro punto di ritrovo, luogo “sacro”, il cui accesso e’ vietato a mogli e fidanzate.
Succede cosi’ che “coso”, diventa autista e uomo di fiducia di Al (Diego Abatantuono), un aspirante cantante (Fabio De Luigi) realizzera’ il sogno di andare a Sanremo (ma senza cantare); Manuelo (Luigi Lo Cascio) scoprira’ gli occhiali K e Bep (Neri Marcore’) riuscira’ a non sposare un donna dai facili costumi.

Film a tratti un po’ lento e non sempre brillante, ma, con la sua solita maestria, Avati ci regala un affresco di un tempo in cui il bar era il luogo di ritrovo per eccellenza, e in cui per gli amici si faceva tutto (e di piu’).

Nostalgia, cinismo e ironia si alternano per 90 minuti insieme alle vicende (talvolta) improbabili, degli amici del Bar Margherita.