“Terronia take away”: un cibo sudista o un nuovo locale in riva al mare?!

Emigrazione da Sud a NordSiedo sull’autobus che mi porta al lavoro come tutte le mattine, è il 17 Luglio, e davanti a me un anziano signore legge il quotidiano Libero. Cattura la mia attenzione un articolo: “La mia terronia da asporto”. Non esito e allungo il collo per leggere anch’io. Si parla dell’esodo ininterrotto degli italiani del sud che si trasferiscono al nord:

“Fuga dal Sud, denuncia Napolitano, più di centoventimila emigrati a Nord solo nell’ultimo anno.  Non si può vivere solo di mammà e nemmeno di babà. Ragazzi, qui siamo tornati a più di cent’anni fa, quando Ettore Ciccotti descriveva l’emigrazione come un’emorragia inarrestabile del Sud verso il Nord. Che è proseguita lungo il secolo scorso (…) (…) rallentando negli anni tra le due guerre, riprendendo poi nel dopoguerra, riassopendosi poi, e negli ultimi anni risalendo alla grande e in versione laureata. Non più braccia lavoro ma soprattutto menti qualificate, non più valigie di cartone ma trolley leggeri, niente cartoline strappalacrime ma sms d’addio ironici e spiritosi. Poi si torna periodicamente alla grande Madre meridionale, grazie ai voli low cost. I cordoni ombelicali non sono spezzati, ma sono wireless, tramite internet e telefonini.”

Che l’Italia sia una sola è cosa dubbia sin dai tempi sfortunati di Carlo VIII – allora certamente giustificabile! – E nell’epoca del politically correct, in cui è offensivo usare la parola “cieco” o “handicappato”, c’è chi con tanta nonchalance identifica con terrone l’abitante del sud (sfigato per usare un termine del “nord”…) che a causa di mancanza d’impiego si sposta in terre maggiormente prospere di futuro. Certamente il dato è allarmante, così come il problema che giace nel fondo. Io ne sono un esempio e rispecchio appieno questa descrizione: trasferita da sud a nord per motivi di studio e con la speranza di un futuro professionale maggiormente gratificante. In fondo, non ci sarebbe nulla di male in questa definizione, né tanto meno qualcosa di offensivo.

Eppure, leggendo qualche riga più sotto trovo qualcosa che va al di là dell’offesa e della cattiva informazione:

Perché fuggono dal Sud? – si chiede il giornalista –Perché il Sud è sparito. Il Sud non fa famiglia, non fa gruppo, non fa città, non fa mito, non fa comunità, non fa rete e sistema. Al più fa associazione a delinquere. Finito il clientelismo pubblico, mal spesi o non spesi i fondi europei, mancando lo spirito di chi sa trasformare il luogo in risorsa, non c’è trippa e si parte. Salvarsi da soli per non sprofondare insieme; è questa la malattia del Sud e insieme la sua risorsa, uso singolo.” (Grassetto mio). Buona parte degli intellettuali e della classe politicante e industriale di oggi snobba completamente o minimizza ancora il ruolo decisivo e devastante – oramai noto se non altro grazie al contributo di Gomorra di Roberto Saviano che l’ha portato nelle case di milioni di persone nel mondo, e non solo in Italia – del nord nel mancato sviluppo del sud sopratutto nell’alimentare le associazioni mafiose in tutti i loro traffici illeciti.

Sorprende che ancora una volta si faccia risalire tutto il dilemma all’inettitudine e/o all’opportunismo degli abitanti che migrano in altre terre più a nord: la scelta di cambiare allora diventerebbe l’estrema conseguenza per salvarsi da una inevitabile fatalità e sfuggire ad un mondo ingiusto e senza via d’uscita. Questo può essere vero in tanti casi, ma resta comunque fermo il fatto che ci si sposta nella stessa nazione! Al giornalista di Libero io risponderei semplicemente che il sud non è sparito, né ha smesso di essere famiglia, bensì continua a esistere e “si mischia”. Ciò che 30 anni fa il nord ha cercato di evitare come la peste si è avverato: il nord non esiste più, e i suoi cervelli in minoranza.

E se non smetteremo di pensare ancora che esistono due realtà distinte l’Italia non farà altro che naufragare nel grande mare dell’Europa unita che intanto si dà da fare per “civilizzarsi”…

Una Visione Futura della Globalizzazione Positivistica

GlobalizzazioneInteressarsi a tutto ciò che ci circonda” sono parole dette dalla straordinaria donna Rita Levi Montalcini. Da questo tema parte un filone, fatto per rivoluzionare il concetto di globalizzazione. La nuova visione d’ interesse è data dal fatto di rendere importanti la gente, gli animali, le infinite forme di natura. Sono questi i concetti fondamentali, che negli ultimi decenni hanno perso quella loro elementare essenza, a causa di veicoli comunicativi sbagliati. Parte da questo interesse, il presupposto che ci riporta alla salvaguardia della memoria, della scoperta del valore della vita, di ciascun popolo, nel destare le coscienze alla libertà e a quanto bisogna fare per seminare e poter, un domani, raccogliere. Ricordandoci di contemplare tutte le arti, tutte le musiche e tutte le meraviglie stesse della natura che sono parte di quella bellezza globale che un giorno salverà il mondo.

Oggi, questo mondo è pregiudicato dal concetto di globalizzazione. Essa agisce in vari modi sull’evoluzione del sapere e sulla sua trasmissione, soprattutto attraverso l’istruzione e la formazione legati al concetto di educazione. Proprio questo nuovo concetto di educazione vede l’ignoranza come un problema risolvibile; vede il pianeta governato dalla conoscenza e dalla tecnologia, dove questa conoscenza sta crescendo e così anche la bontà e il successo umano. La grande globalizzazione che ci ha interessati negli ultimi decenni, viene intesa in termini evolutivi come educazione planetaria, dove le comunità locali e gli individui, nella nuova società-rete, devono trovare risposte adeguate, autonome ed originali, alle nuove sollecitazioni globali. Quindi assolutamente una visione futura positivistica.

In un mondo diviso tra globalizzatori e globalizzati, il rapporto Delors individua un ordine in cui la formazione deve ancorarsi a 4 pilastri:

  1. Imparare a conoscere
  2. Imparare a fare
  3. Imparare a convivere
  4. Imparare ad essere.

Quindi tutto si riconduce nel concetto che, per ritrovare nelle proprie radici un sapere valido, bisogna rafforzare o riscoprire la propria identità.

La soluzione dei problemi, quali essi siano, parte dall’approccio si tecnico, ma ovviamente affiancato alla crescita delle persone, dei loro atteggiamenti e dei loro comportamenti e sulla visione che si ha di sé e degli altri. La soluzione sta nell’informazione e comunicazione. Sta nel sapere educare le generazioni future ad utilizzare al meglio gli strumenti a loro disposizione. Sta nel puntare sull’elemento umano e relazionale che dà la possibilità di mettersi in gioco e in rete per progredire verso un futuro sostenibile, sul piano anticonsumistico, ecologico , economico, sociale, culturale e politico. La soluzione, quindi, è interagire in maniera non subalterna con i processi della globalizzazione.

Sviluppo Sostenibile

Negli ultimi mesi, l’attenzione di dirigenti di vario livello si sta focalizzando soprattutto all’ ispirazioni di modelli analitici passati, si ridiscute sul grandioso rapporto “I Limiti dello Sviluppo” commissionato al MIT dal Club di Roma, come esempio di una visione analitica che ricostruisce per filo e per segno la nostra attualità, dando anche dei grandissimi spunti di risoluzione che si basano soprattutto sul fatto che le generazioni di questo millennio devo essere educate a capire e guardare la globalizzazione sotto ottiche e punti di vista differenti. Ottiche mirate alla sopravvivenza del genere umano che deve sfruttare le sue risorse rinnovabili e “non” in maniera intelligente, ridiscutendo su quali sono le vere priorità quotidiane e basandosi su quelle piccole azioni buoniste nel rispetto dell’ambiente e degli altri individui.

Autrice: Elena Giardina

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