La bellezza e l’inferno: Recensione e Considerazioni

La Bellezza e l'InfernoDa pochi giorni è in libreria l’ultimo libro di Roberto Saviano, La bellezza e l’inferno, una raccolta di saggi e di articoli che lo scrittore partenopeo dedica a tutti i lettori di Gomorra che si sono interessati alla sua terra martoriata dal sistema camorristico e che assieme a lui, sebbene in modo differente, hanno messo in piazza una forma di Resistenza.

Un libro da alcuni definito scontato, ripetitivo, deludente. Tutto, infatti, è già stato pubblicato in precedenza, ma ora rielaborato e raccolto in un testo. Eppure, basta già solo sfogliarlo per capire la ricchezza che la scrittura di Saviano porta con sé e che invece che annoiare si rinnova e permette allo stesso tempo di non seppellire il vissuto nell’oblio: l’attenzione del lettore – e mi riferisco a tutti coloro che di Gomorra ne hanno fatto una lettura non folkloristica e più profonda – sarà catturata dalla corposità dei testi, i quali hanno come oggetto d’analisi personaggi disparati, e la sua mente rimarrà estasiata da alcuni di loro, per esempio dalla leggerezza del passo del più forte calciatore nano, la Pulce, o dalla musica infinita di Petrucciani, sebbene solamente e magnificamente fermati nella descrizione di un racconto/reportage. C’è anche molta tristezza nello scorrere gli articoli che riportano per esempio la vicenda della giornalista russa assassinata o dell’Abruzzo devastato dal terremoto e dal cemento abusivo.

In fondo a ogni locuzione c’è soprattutto speranza: essa è incontenibile nella forza vitale delle parole del giovane trentenne esiliato che ama prima di tutto la bellezza dell’umano e la osserva cercando di coglierne il meccanismo segreto e riproponendolo come antidoto alla violenza che imperversa senza tregua nella terra che, madre e matrigna allo stesso tempo, lo ha allevato e cacciato. Di ogni vicenda Saviano parla della sua angolatura contraria all’abbruttimento e alla decadenza, come un quadro di Picasso che tenta di rappresentare su un piano la poliedricità dello spazio tridimensionale. Questa bellezza, però, al contrario dell’inferno, impone sacrificio, perseveranza, fiducia. Nella poca luce delle stanze in cui Saviano scrive per trovare respiro e conforto alla solitudine c’è sempre un’ombra di militanza, sottile come una canna al vento che si piega ma non si spezza, e la scrittura continua, negli anni difficili come negli anni che precedono la condanna del sistema, la sua corsa come un cavallo lanciato verso il traguardo, incurante della fatica e del dispendio di energie che occorrono per raggiungerlo.

Il traguardo della bellezza è l’eredità dell’arte. L’ arte non è solo perditempo per intellettuali colti in isolamento volontario dal mondo o pappa per imprenditori annoiati nella loro grandi ville: l’arte è passaggio all’inferno per non dimenticare che la bellezza non sta sulla superficie rifrangente e dorata, ma è attenzione al particolare, alla manifestazione dell’intima forza dell’umano che si batte per esistere e per far essere ciò che di vero l’uomo può riuscire a cogliere; è dedizione allo slancio vitale che proviene dal profondo e indica destino e missione, al percorso sofferto che ogni umano è tenuto a percorrere per raggiungere un obiettivo e dare senso alla propria esistenza. La bellezza è ontologia, non più estetica. È anch’essa Resistenza, che non è propria di chi come la moglie di Lot si volta indietro e trafitta dal meduseo sguardo pietrificante del passato infrange il sogno di un futuro.

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Pubblicato da

giusysalis

Laureata in lingue e lettaruture straniere all'università degli studi di Milano. Passioni: letteratura, arte, teatro

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