L’Europa orientale s’incontra nel mare della posterità

Osip Mandel’štam, poeta nato alla fine dell’Ottocento ed esponente del movimento letterario sovietico denominato acmeismo, morì in un gulag in Siberia vittima delle grandi purghe staliniane, dimenticato dal suo Paese e dal resto del mondo.

Per Celan, il poeta dell’ex provincia asburgica, morto suicida a Parigi nel 1970, non è semplicemente un ebreo orientale affratellato nella tragica sorte del popolo del Libro, né un poeta da lui amato e tradotto – perché lo si deve ricordare, Celan è stato il più grande traduttore del secolo scorso – .

Nell’universo de il Meridiano, testo poetologico del 1960, e della poesia celaniani il suo destino è così vicino a quello dell’autore bucovino a tal punto da scambiare con lui le stesse membra del suo corpo, è una voce e un’epoca all’interno delle quali non è indubbio chi sia a confondersi con l’altro, chi a prendere la parola e chi a rispondere, chi a parlare russo e chi tedesco e chi, infine, a vivere e chi a morire. Celan in una lirica tratta da Die Niemandsrose definisce entrambi a partire da questo scambio:

Paul Celanla moneta d’argento ti si scioglie in bocca,
ha sapore di domani, di sempre, ti cresce
in cuore una strada che porta in Russia,
la betulla della Carelia
ha
atteso,
il nome Ossip ti viene incontro, tu gli racconti
ciò che già conosce, egli lo prende, te ne libera,
a mano, tu gli stacchi il braccio dalla spalla, il destro, il sinistro,
al loro posto attacchi i tuoi, con mani, dita, linee,

– Quanto si staccò ricresce e si salda –

Ecco, li hai, prenditeli, li hai tutti e due,
il nome, il nome, la mano, la mano,
prenditeli per pegno,
anch’egli si prende tutto questo, e tu hai
di nuovo ciò che è tuo, ciò che era suo.

(Celan Paul, Poesie, traduzione di Bevilacqua Giuseppe, Milano, Mondadori, 1998, pp. 490s.).

Il poeta bucovino non scambia soltanto le parti del proprio corpo, bensì questa sostituzione è totale e avviene sopratutto nella lingua: infatti, non soltanto nel destino umano Celan rivede se stesso, perciò nella tragedia dell’eliminazione totale dell’ebraismo, quanto nella poesia di Mandel’štam, ovvero nella continuità attraverso la parola e la sua testimonianza; grande importanza riveste in tal senso l’analisi del dialogo radiofonico La poesia di Ossip Mandelstamm (Celan Paul, Die Dichtung Ossip Mandelstamms, in: Ossip Mandelstamm, Im Luftgrab, Ralph Dutli (Hg.), Zürich, 1988), perché da esso Celan riprende delle parti e le riporta nel testo de Il Meridiano riferendole, però, alla propria poesia e non più a quella del poeta russo: ad accomunare i due testi, infatti, non è solo la vicinanza temporale – il dialogo radiofonico andò in onda il 19 Marzo del 1960 e il discorso si tenne a Darmstadt il 22 Ottobre del 1960 –, quanto piuttosto la sovrapposizione di temi e definizioni poetologiche.

L’aspetto dialogico nell’opera poetica di Mandel’štam è l’elemento determinante da cui partire per il confronto: Celan ritrova nel correligionario l’appello al Tu, la disposizione verso l’elemento estraneo al proprio, cioè un modo di estraniamento volontario, ma soprattutto l’attenzione verso l’altro da incontrare: Mandel’štam è incarnazione dell’altro con cui Celan dialoga attraverso il tempo, è soprattutto emblema della relazione tra la poesia odierna e quella del passato, del passaggio del testimone in una corsa all’infinito fino alla fine dei tempi.

“Il navigatore getta nelle acque dell’oceano una bottiglia sigillata con il proprio nome e il racconto della propria sventura. Molti anni dopo, vagando per le dune, io ritrovo nella sabbia questa bottiglia, leggo la lettera, conosco la data dell’evento e le ultime volontà dell’annegato. Ho il diritto di farlo. Non ho aperto una lettera altrui. Il foglio sigillato era indirizzato a chi avrebbe trovato la bottiglia. L’ho trovata io. Dunque sono io il misterioso destinatario. La lettera e la poesia non sono indirizzate a nessuno in particolare. Ciò nondimeno entrambe hanno un destinatario: colui che noterà per caso la bottiglia nella sabbia e il ‘lettore tra i posteri’.”

Per Celan il poeta russo è un’ancestrale fratello ritrovato e nello stesso tempo mai perduto, che ha parlato e tuttora si muove sotto le sue sembianze, egli è una rivelazione poetica, è l’affinità elettiva per quanto riguarda la cultura, l’ebraismo, la politica. Mandel’štam è la poesia, è l’ebraismo orientale, è anche, purtroppo, lo sterminio (dalla mandorla, che in tedesco si dice Mandel, si estraeva il zyklon-B con cui venivano gasati i detenuti dei campi di sterminio nazisti): egli è soprattutto emblema del destino dei sommersi (Primo Levi, I sommersi e i salvati (1986). In: id., Opere, Torino, Einaudi, 1997, vol. II.), ma anche speranza di continuità per l’umano andato in fumo nei camini di Auschwitz, pietra tombale sulla quale incidere il futuro degli figli senza più patria, lasciati senza più passato né futuro a dimenticare l’abominevole barbarie che li ha risucchiati tutti senza ritorno.

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Pubblicato da

giusysalis

Laureata in lingue e lettaruture straniere all'università degli studi di Milano. Passioni: letteratura, arte, teatro

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