Ma la scuola esiste?

Scuola FinitaAnche quest’anno la scuola è stata oggetto di discussioni, di riforme, di sconvolgimenti. E pare, tra voto in condotta e grembiulino obbligatorio, che la “nuova” scuola post Gelmini abbia dato una vera e propria lezione agli studenti somari che probabilmente – visto che i loro predecessori comunque ce l’avevano fatta – pensavano di cavarsela lo stesso: quest’anno scolastico si è concluso non soltanto con l’aumento dei non ammessi agli esami quanto piuttosto con l’aumento delle zucche!

Questo forse basterà a risanare la scuola? Chi può dirlo! Molti però sono quelli che affermano che la scuola è ormai allo sfascio totale e lo fanno attraverso i numeri. Uno di questi è il libro di Mario Giordano 5 in condotta, che affronta a suon di numeri e di elenchi la spinosa questione della mala istruzione italiana degli ultimi anni. Diviso per aree “tematiche” il direttore del Il Giornale affronta l’argomento sviscerandolo nella sua componenti costitutive: si parla di insegnanti e presidi, di apprendimento e apprendenti, di soldi e strutture. I disastri della scuola italiana incontrano innanzitutto i grandi limiti imposti dalla burocrazia e dalla mancanza di sistemi efficienti per valutare idoneamente gli insegnanti e gli alunni.

Giordano fa un viaggio nell’universo di Internet e dell’informazione e trova una vasta gamma di informazioni e di dati che trasmette non sempre con grande rigore giornalistico e spirito critico: confonde spesso i miti con i fatti riportando enunciati, aneddoti, leggende scolastiche che si tramandano da generazioni (come quella della bibliografia sterminata di Manzoni o il vino Pinochet…): che l’ignoranza poi, nel suo senso etimologico, regni sovrana fra i giovani è un fatto reale e preoccupante; che la frustrazione e la mediocrità di alcuni insegnanti raggiunga l’estremo della decenza è una verità allarmante, ma i dati numerici riguardanti stipendi e sprechi, test ed esami, non esauriscono il problema della scuola.

I greci andavano a scuola, ma sedevano sui sassi ad ascoltare il loro maestro senza libri e senza tetto sulla testa. Certamente quello che muove la conoscenza è più profondo dell’obbligo imposto dall’esterno. Allo stesso modo è ben altro a spingere l’uomo verso l’insegnamento. Anche di questo si deve occupare la scuola. La disperazione di molti docenti che, benché preparati e ben disposti, non riescono più a rapportarsi con le giovani generazioni troppo scalmanate, insoddisfatte, o addirittura violente è del tutto comprensibile e condivisibile. Viviamo, ahimè, in una società schizofrenica che pretende dalla scuola ciò che in famiglia è tralasciato in un continuo rimbalzarsi responsabilità che nessuno si vuole più prendere. Così come si tralascia di dire, per correttezza dei termini, che il bullismo è un disagio adolescenziale il quale piuttosto che essere punito andrebbe prima compreso e risolto.

Quando Giordano si stupisce che sua figlia non ricordi chi sia il nuovo papa attribuendo alla scuola la mancanza di trasmissione di questa informazione – perché non mi sembra si tratti di istruzione?! –  mi chiedo: dov’era papà Mario quando Benedetto XVI veniva eletto? Al lavoro, probabilmente. Ma al ritorno a casa non ha forse salutato e chiacchierato con i figli informandoli del grande evento? – perché di grande evento si tratta, ne sono fermamente convinta!

Se è ancora vero che noi siamo grandi solo perché saliamo sulle spalle dei grandi, allora mi chiedo perché mai questi grandi hanno piegato così tanto la schiena fino a scomparire. Il problema della scuola è forse legato al danaro, alla burocrazia, al lassismo e persino agli sconvolgimenti del ‘68! Ma dove rimangono i genitori? Dove il rapporto tra generazioni? Dove il rispetto, prima ancora che per gli altri, verso se stessi? Chi ascolta la voce di chi si sente perduto fra l’Odissea oramai incomprensibile perché lontana dal vissuto e la solitudine assordante dell’adolescenza allo sbando?

Non serve l’autorità, è necessaria l’autorevolezza: i giovani (e in realtà, soprattutto gli insegnanti!) hanno necessità di essere trattati come meritano senza fare di tutta un’erba un fascio, senza lasciare che i limiti che tentano continuamente di scardinare per crescere non diventino dei baratri da cui attingere negatività. Educare è ancora più difficile che crescere, richiede impegno e attenzione, ma soprattutto responsabilità, la stessa che i giovani devono apprendere oltre a Dante e Virgilio per diventare adulti e cittadini del mondo di domani, che in realtà pur non sapendolo già gli appartiene.

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Pubblicato da

giusysalis

Laureata in lingue e lettaruture straniere all'università degli studi di Milano. Passioni: letteratura, arte, teatro

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