“Il giardino della memoria (che non c’è)” – di Francesca Barra

<<Di Antonio Montinaro, agente di scorta che proteggeva il Giudice Giovanni Falcone, hanno trovato soltanto una mano, dopo l’esplosione di cinquecento chili di tritolo.

Aveva le dita incrociate, come se si augurasse che quel tragitto lo riportasse a casa. Come se ogni viaggio, nelle auto blindate, fosse una roulette russa. Di un uomo bello, sorridente, molto alto, è rimasto solo quello. Oltre la sua storia. E a raccontarla, diffonderla, non permettere che si disperda nel tempo, ci pensa chi sopravvive alle vittime, chi resta. In questo caso, sua moglie, Tina Martinez. A Tina avevano promesso un giardino, che doveva essere aperto ieri e non è mai arrivato.

Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco DiCillo, sono gli agenti di scorta che hanno perso la vita, nella strage di Capaci. Era il 23 maggio del 1992. L’obiettivo, centrato, era di eliminare il giudice Falcone. Morì anche sua moglie, il magistrato Francesca Morvillo. Sono nomi e cognomi (anche meno noti) quelli degli agenti della Quarto Savona Quindici, nome in codice della squadra che proteggeva il Giudice. Ma sono anche e soprattutto uomini. E gli uomini hanno storie, hanno famiglie. Hanno opinioni, sogni. E allora perchè, ogni anno, quelle mogli che hanno perduto i loro mariti proprio a causa di un ideale, di un valore, come quello che spinge un uomo a dedicarsi alla protezione di un soggetto a rischio; perchè quei figli, quelle madri, quei padri, oltre a non avere ancora ottenuto piena giustizia, devono sentirli nominare in modo indistinto, sintetizzati in una sola, arida parola: “scorta”?

(…)

Il giardino doveva essere realizzato con fondi della Regione Sicilia e dell’Anas, nominata dal Comune di Isola delle Femmine. “Non so quando si attiveranno. Ma è una vergogna che per venti anni questo luogo sia stato abbandonato. Immondizia, auto parcheggiate disordinate. Pulito solo all’occorrenza per il 23 maggio”.

Allora aveva ragione Antonio che in Italia le famiglie dei poliziotti uccisi vengono dimenticate? Erano tutti giovani. Vito Schifani era nato a Ostuni, aveva un bambino di pochi mesi e una moglie, Rosaria, di cui tutti ricordiamo il discorso durante il funerale. Rocco DiCillo era originario di Triggiano, in provincia di Bari. Trentaduenne.

Ad una giovane moglie è rimasta soltanto una mano di suo marito. Ma se l’è tenuta stretta, a modo suo.

Crescendo i loro figli, lavorando per due. Chiedendo un giardino della memoria. Che per ora è solo il simbolo di un’assenza: il giardino della memoria che non c’è. >>

Questo articolo di Francesca Barra, citato da me nella sua parte iniziale e finale e  tratto dal n.1 del nuovo quotidiano Pubblicogiornale di Luca Telese, mi è piaciuto molto e con la lettura il chiedere all’autrice l’autorizzazione a riportarne alcune frasi  è stato un tutt’uno.

Ringrazio naturalmente l’autrice  Francesca Barra per l’autorizzazione.

La foto di quest’articolo riporta la Stele di Capaci che ricorda quei nomi, che si trova anche nell’articolo riportato (con foto di Tina Martinez) ma con altra immagine. Quella di questo articolo che riporta il lavoro di Francesca Barra è tratta da Panoramio.

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