Empatia, l’arte di condividere emozioni


Tra le più ricche abilità sociali delle scienze umane, riveste particolare importanza l’empatia, ovvero quella competenza emotiva che permette di creare una forte intesa con la persona con cui si interagisce.

Essere empatici significa, dunque, avere la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” cogliendo così facendo, il suo mondo interno (sensazioni e stati d’animo) eliminando ogni giudizio personale, permettendo conseguentemente lo sviluppo di una comunicazione interpersonale efficace e gratificante.

Il termine empatia (dal greco en “dentro”, e pathos “sentimento o sofferenza”) indicava originariamente il legame di partecipazione emotiva che legava l’autore-cantore al suo pubblico, oggi, ha assunto un significato psicologico in cui si attribuisce alla persona emotiva, la capacità di accettare e condividere l’emozione che l’altro vive, nonché, la capacità di comprendere le intenzioni ed i pensieri dell’altro, riuscendo a vedere la situazione che questi sta vivendo secondo la sua prospettiva. Il merito dell’introduzione del concetto di empatia in psicoanalisi va principalmente allo psicoanalista austriaco Heinz Kohut ma è stata anche oggetto di studio da parte dello psicologo statunitense e allievo di Jung, Marshall Rosenberg, Smith e Spencer, nonché, da Carl Rogers. Secondo quest’ultimo l’empatia era “la capacità di utilizzare gli strumenti della comunicazione verbale e non verbale per mettersi nei panni dell’altro identificandosi parzialmente nel suo mondo soggettivo nel contesto di un’accettazione autentica non giudicante”. Hoffman invece, definiva l’empatia come “un tratto di personalità od un tratto generale”.

L’intera comunità di psicoterapeuti e psicoanalisti già dall’inizio del secolo scorso, ha ribadito l’importanza che l’empatia gioca nelle relazioni interpersonali. A riguardo esistevano due scuole di pensiero; mentre per taluni psicoanalisti la componente emotiva dell’empatia era originata da motivazioni egoistiche generate da un disagio personale (l’osservatore attraverso la comprensione del disagio altrui cercava di esorcizzare il proprio dolore), per altri era caratterizzata da motivazioni altruistiche (in tal caso l’osservatore condivideva i sentimenti dell’altro e si attivava per creare le condizioni tali per migliorare il vissuto dell’osservato).

A partire dagli anni ’80 è stata abbracciata l’idea che l’empatia è un costrutto multicoponenziale in cui convivono la componente affettiva e cognitiva. E nel 1994 Davis ha proposto un approccio integrato in cui son presenti processi non cognitivi, cognitivi semplici e cognitivi avanzati; la componente cognitiva e quella emotiva perciò sono congiunte e si influenzano reciprocamente. Il suo modello multidimensionale prevede l’esistenza di un set costituito da quattro costrutti: l’abilità di adottare il punto di vista dell’altro (Perspective Taking), la propensione ad immaginarsi in circostanze fittizie rifacendosi a personaggi di serie tv, film, libri (Fantasia), la condivisione dell’esperienza emotiva altrui (Considerazione o preoccupazione empatica) e la consapevolezza dei propri stati di ansia in situazioni relazionali (Disagio Personale). Le prime due componenti riguardano le abilità cognitive, mentre le altre due si riferiscono alla reazione emotiva del soggetto.

Rifkin, economista e saggista statunitense, ritiene che l’uomo moderno è per natura predisposto all’empatia. Questi ha la capacità di identificarsi negli altri attraverso i cosiddetti neuroni specchio, ovvero cellule raggruppate soprattutto nella parte sinistra del cervello in grado di farci reagire alle azioni e ai propositi del soggetto con cui entriamo in relazione così da sentirne i dispiaceri, le felicità, gli sforzi. Gli studi recenti del neuroscienziato Rizzolati sui neuroni specchio, mostrano come l’atto di “mettersi nei panni di qualcuno” non proviene da uno sforzo intellettuale, ma deriva dal corredo genetico del genere umano e animale. L’idea di base è che non esiste un rapporto rilevante se non c’è empatia tra i soggetti coinvolti.

L’empatia, dunque, è una capacità complessa che presuppone anche una buona gestione delle proprie stesse emozioni. La persona empatica registra molti effetti benefici sulla propria salute e sulla propria qualità di vita. A scuola, ad esempio, gli studenti empatici sono maggiormente socievoli, meno aggressivi e più altruisti. Le persone empatiche divorziano di meno perché riescono a comprendere meglio i sentimenti dell’altro, e ancora, nei giochi di squadra si ha maggiore collaborazione e si registrano maggiori vittorie. Il meccanismo dell’empatia è una risorsa, poiché, non solo attiva il processo di apprendimento per imitazione (come fa un chitarrista nell’imparare un nuovo accordo) permette, altresì, di vivere e condividere più emozioni e sensazioni rendendo più soddisfacenti le relazioni più strette e migliorando la comunicazione familiare e non.

– Video articolo (tratto da canale youtube Giovanni B) è come riportato dal logo finale della Cleveland Clinic
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Assertività e benessere


assertivita_mondoliberoLa parola assertività deriva dal latino “assèrere” e significa “asserire” o anche “affermare se stessi”. Tale vocabolo indica il potere di farsi valere con la persuasione, nonché, la capacità di sostenere la propria idea nonostante opinioni contrarie. Gli psicologi Alberti ed Emmons hanno definito l’assertività un’attitudine del soggetto, “un comportamento che permette ad una persona di agire nel suo pieno interesse, di difendere il suo punto di vista senza ansia esagerata”.

Essere assertivi significa essere capaci di esprimere con lealtà le proprie sensazioni ed i propri punti di vista senza essere prevaricati o prevaricare. Il soggetto assertivo è colui che si impegna a fondo per risolvere determinate situazioni problematiche.

La persona che non ha difficoltà a manifestare le proprie emozioni ed i propri pensieri, è una persona in grado di farsi rispettare, di far valere le proprie ragioni seppur contrarie alla massa. La persona assertiva è quella che agisce per il proprio benessere senza scalfire i sentimenti altrui. È la persona che sa esattamente cosa desidera e ambisce alla realizzazione dei propri sogni senza permettere che vengano calpestati. Badiamo bene che l’atteggiamento assertivo non è sinonimo di egoismo. Difatti, mentre la persona egoista esige con il proprio comportamento che tutto gli sia dovuto, non accettando opinioni divergenti e manifestando un chiaro opportunismo; la persona assertiva dà credito e spazio alle proprie sensazioni senza screditare quelle altrui.

Certamente è un vantaggio vivere seguendo uno stile assertivo. Per riuscirci e trarre beneficio da esso è opportuno seguire alcune “regolette”. Innanzitutto, dobbiamo essere chiari con noi stessi, con ciò che sono le nostre ambizioni ed i nostri propositi. Inoltre, non dobbiamo avere paura di accettare qualche rischio. È chiaro che esponendo le nostre idee, specie se queste sono contrarie a quelle di chi ci sta vicino, rischiamo di essere fraintesi, allontanati o derisi. Non importa, continuiamo ad affermare il nostro vero io, solo così vivremo meglio con noi stessi e saremo in grado di costruire legami sinceri e reali. Un’altra regoletta da rispettare riguarda la necessità di ammettere i nostri errori e di guardare la situazione secondo un’ottica razionale e obiettiva. È importante riconoscere le nostre sviste, i nostri sbagli ed è altrettanto importante non farci ingannare dai sentimenti valutando una data situazione. Per intenderci, per cercare di comprendere al meglio una condizione è bene guardare anche con la mente e non solo col cuore. Importante è altresì, riconoscere l’importanza che le proprie idee, sensazioni, paure, gioie, insoddisfazioni vengano ascoltate. Infine, ma non per importanza, la capacità di saper dire di no senza per questo sentirsi in difetto. È chiaro che queste regolette non possono essere apprese tutte assieme. La strada per diventare persone assertive è lunga e perciò richiede anche tempo per essere realizzata.

Il segreto è iniziare e, passo dopo passo, acquisiremo ogni informazione indispensabile per apprendere questo stile di comportamento utile per il nostro benessere ed il nostro equilibrio interiore.

L’ululato è donna


donne_corrono_lupi_MondoliberoDonne che corrono coi lupi è un classico, un long seller che ha cambiato la vita a diverse generazioni di lettrici. Scritto dall’analista junghiana e “cantadora” Clarissa Pinkola Estès, il romanzo in questione, attraverso svariate fiabe, miti e storie (da Barbablù a La piccola fiammiferaia, da Il brutto anatroccolo a Scarpette Rosse, da Vassilissa la Saggia a La Donna scheletro ecc), offre l’opportunità di comprendere e conoscere gli aspetti più nascosti ed importanti della nostra personalità.

È possibile, attraverso tale lettura, compiere un viaggio intimo e profondo nella nostra anima ed entrare in contatto con ciascun tipo di donna nascosta in noi: la donna lupo, la donna scheletro, la donna foca ecc. e poter così risvegliare la nostra natura Selvaggia.

La Donna Selvaggia è l’anima femminile ma anche la fonte del femminino. “E’ tutto quanto è istinto, è un insieme di mondi visibili e nascosti, è la base. (…) E’ la fonte, la luce, la notte, l’oscurità e l’alba. (…) E’ colei che tuona contro l’ingiustizia. E’ quello che ci fa andare avanti quando pensiamo di essere finite. (…) la Donna Selvaggia vive di poesia, percussione e canto”.

Purtroppo, come sostiene Clarissa Pinkoma Estès, spesso la Donna Selvaggia è soffocata da paure, insicurezze e stereotipi. La donna è sottomessa, oppressa, reclusa, manipolata. Per vivere seguendo la propria natura occorre recuperare l’istintualità. È necessario riappropriarsi della propria autostima e liberarsi dalla gabbia in cui ci è stato imposto di vivere. È doveroso richiamare l’anima selvaggia che è in noi “con il suono, con la musica che fa vibrare il diaframma, eccita il cuore, con il tamburo, con il fischio, il richiamo e l’urlo. Dobbiamo perciò tornare alla nostra vita istintiva. Dobbiamo far cadere i falsi manti che ci hanno dato, indossare al suo posto il manto autentico dell’istinto possente e della conoscenza”. Clarissa Pinkola Estès invita a richiamare l’anima attraverso la meditazione ed i ritmi del canto, della pittura, della scrittura e della danza. Donne che corrono coi lupi è un autentico capolavoro di psicologia e spiritualità.

È una lettura preziosa e illuminante per quelle donne alla ricerca costante della propria identità più autentica e profonda. E’ una poesia per quelle anime che non hanno mai smesso di nutrire i loro sogni. E’un romanzo ricco e profondo per tornare ad essere Donne Selvagge che “ululano, ridono, cantano”.

Resilienza: cos’è e come svilupparla


“Quando appare una grande personalità, chiedetevi anzitutto dov’è il suo dolore.” Così scriveva il poeta, scrittore e saggista francese Léon Bloy.

Spesso la vita ci mette alla prova, quando ciò accade, a noi sembra di cadere giù da un grattacielo. È come se fossimo fatti di vetro e nel cadere ci frantumiamo in mille pezzi. Una volta in piedi, non siamo più le stesse persone di prima. Durante il “volo” abbiamo perso svariate parti di noi, alcune sono volate via senza possibilità di ritorno, altre si sono sbriciolate in mille pezzi.

Ma è in quello stesso volo che, nel tentativo di aggrapparci a qualcosa per non frantumarci al suolo, abbiamo cercato e trovato intorno a noi, più appigli che non credevamo di possedere. È in quel attimo, durante la caduta che scegliamo, infatti, se arrenderci o rimanere, se combattere o fuggire. Molti scelgono di rimanere piuttosto che scappare, scelgono di tornare a volare e non strisciare, scelgono di battersi e non di battersela. Ma da cosa dipende la capacità di rialzarsi nonostante le cadute, la capacità di uscire dal tunnel buio portando con sé un po’ di luce piuttosto che rimanere intrappolati al suo interno?

Ogni soggetto possiede un proprio temperamento (influenzato sia dalla genetica che dal contesto socioculturale) in base a cui si comporta e sviluppa la propria personalità. Di fronte una difficoltà, per fronteggiarla, il soggetto fa leva sulle risorse interne acquisite fino a quel momento.

In psicologia, “l’attitudine a fronteggiare eventi difficili o periodi di difficoltà, uscendone rinforzati e senza perdere la propria sensibilità emotiva e umanità è definita RESILIENZA”. Tale concetto sviluppatosi negli USA, ha preso il nome in prestito dall’ingegneria e racchiude in sé, le idee di elasticità, vitalità, energia e buon umore. Tale termine indica nello specifico la capacità del soggetto di riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita, utilizzando le proprie energie per trovare possibili soluzioni al suo problema, evitando di perdere tempo a lamentarsi e senza subire passivamente la situazione.

Le persone resilienti, dunque, sono quelle che hanno sviluppato nel corso della loro esistenza atteggiamenti ottimistici di fronte le difficoltà, persone che hanno una buona valutazione di sé, coloro che sono tenaci e determinati nell’raggiungere un obiettivo. Ancora, la persona resiliente è colei che si alimenta di sensazioni e sentimenti positivi e che nel corso della propria esistenza ha ricevuto il sostegno e l’appoggio di amici e parenti. La resilienza è un processo, è una capacità che può essere appresa. Può essere acquisita lavorando e sviluppando l’autostima, affrontando i problemi come stimoli per migliorarsi e non come montagne insormontabili. Si può diventare persone resilienti rinforzando la propria tenacia attraverso parole e atteggiamenti positivi, sostituendo in tal modo l’attitudine al lamento, nemico di ogni forma di sviluppo e crescita.

Certo nessuna sofferenza è irrimediabile, la difficoltà non può essere ignorata né celata, ma è possibile trasformare ogni momento di oscurità e turbamento come un’ottima occasione di mutamento e di sviluppo di se stessi e della propria esistenza. È così, seguendo questo approccio, questa via, che si diventa persone resilienti.

Video youtube a corredo dell'articolo su intervento di Luciana Littizzetto sulla Resilienza, dal canale youtube Rai. Contenuto collegato all'articolo solo per il tema trattato.

Le mille e una fobia


itLo vuoi un palloncino? Non lo vuoi un palloncino colorato? Chi non rabbrividisce al ricordo di queste parole pronunciate da IT il malvagio, inquietante e psicopatico pagliaccio frutto della geniale mente di Stephen King? Fin qui niente di anomalo direte voi e avete ragione. Del resto It Pennywise non incarna esattamente le fattezze del classico pagliaccio dal grosso naso rosso, dalle buffe scarpe giganti che milioni di bambini si contenderebbero per la propria festa di compleanno!

Ma se vi dicessi che una persona su sette alla vista di un clown dai colorati pantaloni larghi, sentimentale, sognatore e dal buon cuore (dalle sembianze di Charlot per intenderci) inizia a diventare paonazzo, a sudare freddo e a tremare cosa ne pensereste?

No, giuro non è una bugia. Queste persone esistono realmente. Sono i cosiddetti courlofobici, ovvero coloro che letteralmente provano un senso di angoscia quando incrociano il loro sguardo con quello di un pagliaccio,( spesso legata alla pediofobia -la paura delle bambole). Non provate dunque ad invitarli ad una festa animata da un clown o tanto meno ad uno spettacolo circense, impiegherebbero meno di un secondo per declinare l’invito. Per onestà d’ informazione va comunque detto che i courlofobici non sono gli unici soggetti ad essere affetti da un tipo bizzarro di fobia, accanto a loro troviamo milioni di persone e altrettante fobie , iniziando da quelle più accettabili e comuni, quali ad esempio la paura dei ragni (aracnofobia) o quella del buio (acluofobia), passando tra quelle più insolite e strane come la paura di essere toccati (afefobia) alla paura di sedersi (catisofobia) o ancora quella di parlare (la liofobia), per finire a quelle impronunciabili come la hexakosioihexekontahexafobia, letteralmente paura per il numero 666.

Ma che cosa sono veramente la fobie e come è possibile curarle?

Esistono diverse interpretazioni della sindrome fobica in base all’approccio e ai metodi d’indagine utilizzati. Le più svariate scuole di pensiero concordano comunque nel definire la fobia come il disturbo d’ansia più comune (assieme alla depressione maggiore e alla distimia) anche se viene annoverata tra le patologie minori, in quanto, seppur limita l’autonomia del soggetto portatore non deriva pericolo per l’incolumità dello stesso. La fobia è intesa come paura e avversione causata da motivi apparentemente inconsistenti e irrazionali ed anche come insofferenza verso cose di per sé innocue. Il disturbo fobico miete tra le sue vittime bambini e adulti. Ma se nei bambini le fobie sono piuttosto frequenti e, entro certi limiti, possono essere considerate un passaggio quasi obbligato gli adulti, vivono le proprie fobie come qualcosa di terribile. Quest’ultimi pur maturando la consapevolezza che la paura di cui soffrono è frutto dell’irrazionalità, non riescono in alcun modo a gestirla e/o controllarla, da qui la difficoltà a liberarsene facilmente. L’ansia fobica si manifesta attraverso una serie di sintomi fisiologici quali vertigini, apprensione, tachicardia, tremito, perdita di controllo, nausea ecc ecc. ecco così la volontà del soggetto fobico di evitare ogni luogo, situazione, contesto in cui possano svilupparsi le proprie fobie portando lo stesso a limitare la propria vita e le proprie relazioni sociali.

Chi soffre di antropofobia ad esempio, avendo paura della gente e dei contatti sociali tenderà a boicottare ogni evento in cui saranno presenti molte persone, come concerti, manifestazioni, fiere. L’aviofobico (paura dell’aereo) declinerà ogni invito di partenza verso mete troppo lontane da raggiungere in bus, treno o auto. Ancora, il claustrofobico ( paura di luoghi chiusi e ristretti) rinuncerà con piacere a prendere la metropolitana, l’ascensore o di avventurarsi in un’escursione subacquea e per finire, un emofobico (paura del sangue) si rifiuterà di sottoporsi ad ogni prelievo o analisi pur se necessario.

Uno studio ha dimostrato la correlazione tra paure e traumi, nonché quella tra paure e DNA. Dagli esperti arriva comunque una buona notizia, ovvero, la possibilità di poter curare le proprie fobie. Se da un lato c’è chi prende la decisione di una via più semplice e breve ricorrendo all’uso di ansiolitici, che sicuramente attutiscono i sintomi senza però eliminare le cause alla radici, anzi rafforzandole, dall’altro lato menti più sagge decidono di affidarsi alle cure di un esperto con cui avviare un percorso terapeutico. Se la fobia non è associata ad altri disturbi psicologici, attivando una psicoterapia cognitivo comportamentale della durata di qualche mese, si potrà ottenere garanzia di successo nel 90 %. dei casi.

In tal modo il soggetto fobico potrà riappropriarsi della propria esistenza, e non si sa mai, magari i courlofobici più accaniti riscopriranno in It il pagliaccio il loro film preferito!

- immagine inserita in articolo tratta da inchiostro.unipv.it

Stanchezza da cambio stagione, una normalità


E’ il nostro organismo che si adatta, conferma il Dott. Luciano Onder, a “I fatti vostri” di ieri 22 aprile . Nessuna malattia nè stanchezza…ma organismo che si adatta in questo periodo.

Utile sempre un parere-controllo medico (periodicamente sempre raccomandato) anche a qualsiasi dubbio, quello si e sempre;  rimangono utili le vitamine (frutta-verdura, non dimenticando la frutta e la verdura di stagione).

Ma vi lascio al video del canale youtube Rai già più che chiaro, sopra riportato (anche per i numerosi consigli presenti).

Buona vita.

“…quindi nessuno rinuncia al nucleare” (sicuri? In America rivalutano…)


Esplosione Nucleare

Il tg1 di merc. 16 marzo ore 20.30  ha terminato una notizia con “…quindi nessuno rinuncia al nucleare”, riferendosi ad alcuni responsabili internazionali (citato il presidente francese) che confermerebbero secondo la notizia fiducia alle centrali nucleari, basandosi sul fatto che quelle in Giappone sarebbero state strutture obsolete. Mentre in Italia sarebbero di nuova generazione (in Italia? Siam sicuri?).

In America, definita la situazione catastrofica,  valutano rischi del nucleare (Hillary Clinton).

Sicuri gli altri che il nucleare sia  in un sistema sicuro, non ancora rischioso?  In un Italia dove piove varie zone a distanza di 4 mesi dai danni precedenti creando danni peggiori? Con gli abitanti che giustamente protestano per le mancate misure di sicurezza… In una giornata nella quale le radiazioni in Giappone diventano sempre più forti e vari tentativi come usare un particolare idrante risultano non praticabili.

Con radiazioni definite “pericolose per la salute“.

Energie alternative no?

Fortunatamente è notizia dell’ultima ora che ci sia una attenta valutazione in corso…Dato che arrivano dal Giappone a tutt’oggi notizie di situazioni fuori controllo…Il Giappone riporta che la situazione è “catastrofica”, mentre da altri stati – come l’America – questa definizione viene considerata ottimistica

Buona vita…

Video relativo a esplosione centrale di Fukushima, fonte  YouReporter.it. Immagine di esplosione atomica di Wikimedia Commons.