Empatia, l’arte di condividere emozioni


Tra le più ricche abilità sociali delle scienze umane, riveste particolare importanza l’empatia, ovvero quella competenza emotiva che permette di creare una forte intesa con la persona con cui si interagisce.

Essere empatici significa, dunque, avere la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” cogliendo così facendo, il suo mondo interno (sensazioni e stati d’animo) eliminando ogni giudizio personale, permettendo conseguentemente lo sviluppo di una comunicazione interpersonale efficace e gratificante.

Il termine empatia (dal greco en “dentro”, e pathos “sentimento o sofferenza”) indicava originariamente il legame di partecipazione emotiva che legava l’autore-cantore al suo pubblico, oggi, ha assunto un significato psicologico in cui si attribuisce alla persona emotiva, la capacità di accettare e condividere l’emozione che l’altro vive, nonché, la capacità di comprendere le intenzioni ed i pensieri dell’altro, riuscendo a vedere la situazione che questi sta vivendo secondo la sua prospettiva. Il merito dell’introduzione del concetto di empatia in psicoanalisi va principalmente allo psicoanalista austriaco Heinz Kohut ma è stata anche oggetto di studio da parte dello psicologo statunitense e allievo di Jung, Marshall Rosenberg, Smith e Spencer, nonché, da Carl Rogers. Secondo quest’ultimo l’empatia era “la capacità di utilizzare gli strumenti della comunicazione verbale e non verbale per mettersi nei panni dell’altro identificandosi parzialmente nel suo mondo soggettivo nel contesto di un’accettazione autentica non giudicante”. Hoffman invece, definiva l’empatia come “un tratto di personalità od un tratto generale”.

L’intera comunità di psicoterapeuti e psicoanalisti già dall’inizio del secolo scorso, ha ribadito l’importanza che l’empatia gioca nelle relazioni interpersonali. A riguardo esistevano due scuole di pensiero; mentre per taluni psicoanalisti la componente emotiva dell’empatia era originata da motivazioni egoistiche generate da un disagio personale (l’osservatore attraverso la comprensione del disagio altrui cercava di esorcizzare il proprio dolore), per altri era caratterizzata da motivazioni altruistiche (in tal caso l’osservatore condivideva i sentimenti dell’altro e si attivava per creare le condizioni tali per migliorare il vissuto dell’osservato).

A partire dagli anni ’80 è stata abbracciata l’idea che l’empatia è un costrutto multicoponenziale in cui convivono la componente affettiva e cognitiva. E nel 1994 Davis ha proposto un approccio integrato in cui son presenti processi non cognitivi, cognitivi semplici e cognitivi avanzati; la componente cognitiva e quella emotiva perciò sono congiunte e si influenzano reciprocamente. Il suo modello multidimensionale prevede l’esistenza di un set costituito da quattro costrutti: l’abilità di adottare il punto di vista dell’altro (Perspective Taking), la propensione ad immaginarsi in circostanze fittizie rifacendosi a personaggi di serie tv, film, libri (Fantasia), la condivisione dell’esperienza emotiva altrui (Considerazione o preoccupazione empatica) e la consapevolezza dei propri stati di ansia in situazioni relazionali (Disagio Personale). Le prime due componenti riguardano le abilità cognitive, mentre le altre due si riferiscono alla reazione emotiva del soggetto.

Rifkin, economista e saggista statunitense, ritiene che l’uomo moderno è per natura predisposto all’empatia. Questi ha la capacità di identificarsi negli altri attraverso i cosiddetti neuroni specchio, ovvero cellule raggruppate soprattutto nella parte sinistra del cervello in grado di farci reagire alle azioni e ai propositi del soggetto con cui entriamo in relazione così da sentirne i dispiaceri, le felicità, gli sforzi. Gli studi recenti del neuroscienziato Rizzolati sui neuroni specchio, mostrano come l’atto di “mettersi nei panni di qualcuno” non proviene da uno sforzo intellettuale, ma deriva dal corredo genetico del genere umano e animale. L’idea di base è che non esiste un rapporto rilevante se non c’è empatia tra i soggetti coinvolti.

L’empatia, dunque, è una capacità complessa che presuppone anche una buona gestione delle proprie stesse emozioni. La persona empatica registra molti effetti benefici sulla propria salute e sulla propria qualità di vita. A scuola, ad esempio, gli studenti empatici sono maggiormente socievoli, meno aggressivi e più altruisti. Le persone empatiche divorziano di meno perché riescono a comprendere meglio i sentimenti dell’altro, e ancora, nei giochi di squadra si ha maggiore collaborazione e si registrano maggiori vittorie. Il meccanismo dell’empatia è una risorsa, poiché, non solo attiva il processo di apprendimento per imitazione (come fa un chitarrista nell’imparare un nuovo accordo) permette, altresì, di vivere e condividere più emozioni e sensazioni rendendo più soddisfacenti le relazioni più strette e migliorando la comunicazione familiare e non.

– Video articolo (tratto da canale youtube Giovanni B) è come riportato dal logo finale della Cleveland Clinic
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Emanuele Lodolini e il preferire ascoltare e fare al parlare


emanuele_lodolini_mondoliberoEra un sabato, quel 4 ottobre 2014. In Ancona, in Piazza Cavour alle 17.30, era previsto un incontro su “Verso la Riforma della Pubblica Amministrazione”; un tema sicuramente importante anche se non ci “lavoro” (nel settore pubblico scolastico lavorava mio padre). Ma era “riforma” la parola che mi aveva più attirato, in un settore, quello della Pubblica Amministrazione, si complesso e importantissimo ma anche sicuramente a quanto vissuto soggettivamente nel tempo non sempre efficace come si potrebbe.

Ma in Ancona non mi aveva portato il tema trattato come motivazione principale; pur importante…era sicuramente preceduta dal voler ascoltare uno degli ospiti-partecipanti (Emanuele Lodolini, Deputato del Partito Democratico) che diverse volte mi aveva colpito positivamente (raro quando avviene positivamente dalle parole che si ascoltano, almeno per me) in alcuni interventi registrati tipo questo del 2013 ad Arcevia ma che non avevo mai ascoltato di persona (pur conoscendolo di vista, eravamo stati presentati da amica comune alcuni mesi prima).

Quello che riusciva a esprimere anche “a braccio” mi aveva – mi ripeto – più volte positivamente colpito (nel modo – con passione e chiarezza di chi fa una cosa che conosce e gli piace ossia seguire e aiutare quanto può il suo territorio in particolar modo – e nei contenuti, raccontandolo anche nelle parole che sono sempre importanti).

Questo intervento previsto ad Ancona, sul quale mi era non indifferente sicuramente anche il tema, mi aveva portato a raggiungere il capoluogo in anticipo in treno. Ero arrivato sul posto a piedi, nel giardino all’interno di Piazza Cavour dove era previsto l’incontro già un capannello di persone davanti al grande Gazebo predisposto.  Lo vedo ascoltare delle persone davanti a lui (ci conosciamo di vista come dicevo); mentre annuisce ribattendo con un “già” all’interlocutore che ha di fronte si gira alla sinistra verso di me e, ricambiando con la testa un mio cenno di saluto, con uno “scusate un attimo” mi si avvicina rapidamente. Mi fissa due secondi e mi stringe la mano con un “Ciao!” . “Come va, tutto bene?” mi viene spontaneo. “Si, grazie” risponde sorridendo mentre lo sguardo gli va ad altre persone che si avvicinano al mio fianco e con un cenno con la mano simile a quello fatto all’altro gruppo (ma uno sguardo di chi ha visto proprio delle persone che stava aspettando) mi accenna di scusarlo un attimo avvicinandosi a loro, per parlare e principalmente ascoltare più persone, sempre molto attento.

Passano pochi secondi da quel saluto e mentre faccio mente locale al fatto che sono diversi gli ospiti-previsti oltre lui (Ernesto Carbone, segretario nazionale PD e Stefania Ragnetti CGIL Funzione Pubblica) – visibili alla sua destra clickando sulla foto di questo articolo scattata da me – l’attenzione dei vari capannelli di persone ospiti compresi viene richiamata da un invito ad avvicinarsi per l’inizio dell’incontro.

Faccio caso, mentre ci sediamo tutti tra il pubblico, che Emanuele Lodolini posizionandosi con gli altri ospiti dietro il tavolo vede avvicinarsi dal giardino di fronte altre persone, che riconoscendo saluta con un accenno di sorriso/leggera smorfia come a dire “ora è tardi, mi dite magari dopo” ma è tutta una sensazione “visiva”. Inizia l’incontro, vengono presentati gli ospiti e durante i primi interventi proprio mentre penso al fatto che sono contento di esser venuto ad Ancona ad ascoltarlo viene comunicato, tra un intervento di introduzione e l’altro, che Emanuele Lodolini dato che un ospite deve andare via presto e i tempi sono stretti preferisce non fare un suo intervento,  preferisce – viene detto –  “ascoltare e dare spazio agli interventi dei presenti”.

Non nascondo di essermi sentito subito istintivamente amareggiato….: “Ma come…vengo a sentire lui …e non parla?” mi son detto. Ma immediatamente dopo guardandolo mi sono auto-corretto: quella scelta era rara e bella, preferire ascoltare-sentire  al parlare. Sentivo poi ascoltando una conversazione vicino a me che la persona che doveva lasciare anticipatamente l’incontro era ovviamente altro ospite, su questo non avevo dubbi (la scelta nell’altro caso sarebbe stata facile-obbligata).

Non potendomi trattenere fino alla fine per prendere l’ultimo treno previsto poi più tardi tornato a casa gli scrissi, complimentandomi con tutta sincerità per la rara scelta; rispose scusandosi per non avermi salutato come avrebbe voluto nel caos prima dell’incontro  ma gli impegni d’ascolto previsti erano diversi.

Mi proposi, come pensiero, di parlarne e scriverne prima o poi, ma questa attenzione all’ascolto nel tran tran quotidiano mi è tornata in mente oggi; nel tempo del gridare onestà e sincerità e delle parole “fine a se stesse” una persona che comunica sicuramente molto giustamente e fortunatamente le molte cose che fa, ad esempio all’interno del suo nuovo sito (un consiglio…provate ad entrarci ed provare le utili voci presenti…),  su facebook in canale nominativo e in Emanuele Lodolini – Per il cambiamento, su twitter ma che prima di tutto, predilige ascoltare (e basta navigare ad esempio nel suo sito per non averne dubbi).

“Esserci”.

Ascoltare, fare, comunicare. Tutte e in questo ordine, come conseguenza una cosa dell’altra…comunicandolo anche per rendere conto, con passione.

Buona vita.

 

Assertività e benessere


assertivita_mondoliberoLa parola assertività deriva dal latino “assèrere” e significa “asserire” o anche “affermare se stessi”. Tale vocabolo indica il potere di farsi valere con la persuasione, nonché, la capacità di sostenere la propria idea nonostante opinioni contrarie. Gli psicologi Alberti ed Emmons hanno definito l’assertività un’attitudine del soggetto, “un comportamento che permette ad una persona di agire nel suo pieno interesse, di difendere il suo punto di vista senza ansia esagerata”.

Essere assertivi significa essere capaci di esprimere con lealtà le proprie sensazioni ed i propri punti di vista senza essere prevaricati o prevaricare. Il soggetto assertivo è colui che si impegna a fondo per risolvere determinate situazioni problematiche.

La persona che non ha difficoltà a manifestare le proprie emozioni ed i propri pensieri, è una persona in grado di farsi rispettare, di far valere le proprie ragioni seppur contrarie alla massa. La persona assertiva è quella che agisce per il proprio benessere senza scalfire i sentimenti altrui. È la persona che sa esattamente cosa desidera e ambisce alla realizzazione dei propri sogni senza permettere che vengano calpestati. Badiamo bene che l’atteggiamento assertivo non è sinonimo di egoismo. Difatti, mentre la persona egoista esige con il proprio comportamento che tutto gli sia dovuto, non accettando opinioni divergenti e manifestando un chiaro opportunismo; la persona assertiva dà credito e spazio alle proprie sensazioni senza screditare quelle altrui.

Certamente è un vantaggio vivere seguendo uno stile assertivo. Per riuscirci e trarre beneficio da esso è opportuno seguire alcune “regolette”. Innanzitutto, dobbiamo essere chiari con noi stessi, con ciò che sono le nostre ambizioni ed i nostri propositi. Inoltre, non dobbiamo avere paura di accettare qualche rischio. È chiaro che esponendo le nostre idee, specie se queste sono contrarie a quelle di chi ci sta vicino, rischiamo di essere fraintesi, allontanati o derisi. Non importa, continuiamo ad affermare il nostro vero io, solo così vivremo meglio con noi stessi e saremo in grado di costruire legami sinceri e reali. Un’altra regoletta da rispettare riguarda la necessità di ammettere i nostri errori e di guardare la situazione secondo un’ottica razionale e obiettiva. È importante riconoscere le nostre sviste, i nostri sbagli ed è altrettanto importante non farci ingannare dai sentimenti valutando una data situazione. Per intenderci, per cercare di comprendere al meglio una condizione è bene guardare anche con la mente e non solo col cuore. Importante è altresì, riconoscere l’importanza che le proprie idee, sensazioni, paure, gioie, insoddisfazioni vengano ascoltate. Infine, ma non per importanza, la capacità di saper dire di no senza per questo sentirsi in difetto. È chiaro che queste regolette non possono essere apprese tutte assieme. La strada per diventare persone assertive è lunga e perciò richiede anche tempo per essere realizzata.

Il segreto è iniziare e, passo dopo passo, acquisiremo ogni informazione indispensabile per apprendere questo stile di comportamento utile per il nostro benessere ed il nostro equilibrio interiore.

L’ululato è donna


donne_corrono_lupi_MondoliberoDonne che corrono coi lupi è un classico, un long seller che ha cambiato la vita a diverse generazioni di lettrici. Scritto dall’analista junghiana e “cantadora” Clarissa Pinkola Estès, il romanzo in questione, attraverso svariate fiabe, miti e storie (da Barbablù a La piccola fiammiferaia, da Il brutto anatroccolo a Scarpette Rosse, da Vassilissa la Saggia a La Donna scheletro ecc), offre l’opportunità di comprendere e conoscere gli aspetti più nascosti ed importanti della nostra personalità.

È possibile, attraverso tale lettura, compiere un viaggio intimo e profondo nella nostra anima ed entrare in contatto con ciascun tipo di donna nascosta in noi: la donna lupo, la donna scheletro, la donna foca ecc. e poter così risvegliare la nostra natura Selvaggia.

La Donna Selvaggia è l’anima femminile ma anche la fonte del femminino. “E’ tutto quanto è istinto, è un insieme di mondi visibili e nascosti, è la base. (…) E’ la fonte, la luce, la notte, l’oscurità e l’alba. (…) E’ colei che tuona contro l’ingiustizia. E’ quello che ci fa andare avanti quando pensiamo di essere finite. (…) la Donna Selvaggia vive di poesia, percussione e canto”.

Purtroppo, come sostiene Clarissa Pinkoma Estès, spesso la Donna Selvaggia è soffocata da paure, insicurezze e stereotipi. La donna è sottomessa, oppressa, reclusa, manipolata. Per vivere seguendo la propria natura occorre recuperare l’istintualità. È necessario riappropriarsi della propria autostima e liberarsi dalla gabbia in cui ci è stato imposto di vivere. È doveroso richiamare l’anima selvaggia che è in noi “con il suono, con la musica che fa vibrare il diaframma, eccita il cuore, con il tamburo, con il fischio, il richiamo e l’urlo. Dobbiamo perciò tornare alla nostra vita istintiva. Dobbiamo far cadere i falsi manti che ci hanno dato, indossare al suo posto il manto autentico dell’istinto possente e della conoscenza”. Clarissa Pinkola Estès invita a richiamare l’anima attraverso la meditazione ed i ritmi del canto, della pittura, della scrittura e della danza. Donne che corrono coi lupi è un autentico capolavoro di psicologia e spiritualità.

È una lettura preziosa e illuminante per quelle donne alla ricerca costante della propria identità più autentica e profonda. E’ una poesia per quelle anime che non hanno mai smesso di nutrire i loro sogni. E’un romanzo ricco e profondo per tornare ad essere Donne Selvagge che “ululano, ridono, cantano”.

Resilienza: cos’è e come svilupparla


“Quando appare una grande personalità, chiedetevi anzitutto dov’è il suo dolore.” Così scriveva il poeta, scrittore e saggista francese Léon Bloy.

Spesso la vita ci mette alla prova, quando ciò accade, a noi sembra di cadere giù da un grattacielo. È come se fossimo fatti di vetro e nel cadere ci frantumiamo in mille pezzi. Una volta in piedi, non siamo più le stesse persone di prima. Durante il “volo” abbiamo perso svariate parti di noi, alcune sono volate via senza possibilità di ritorno, altre si sono sbriciolate in mille pezzi.

Ma è in quello stesso volo che, nel tentativo di aggrapparci a qualcosa per non frantumarci al suolo, abbiamo cercato e trovato intorno a noi, più appigli che non credevamo di possedere. È in quel attimo, durante la caduta che scegliamo, infatti, se arrenderci o rimanere, se combattere o fuggire. Molti scelgono di rimanere piuttosto che scappare, scelgono di tornare a volare e non strisciare, scelgono di battersi e non di battersela. Ma da cosa dipende la capacità di rialzarsi nonostante le cadute, la capacità di uscire dal tunnel buio portando con sé un po’ di luce piuttosto che rimanere intrappolati al suo interno?

Ogni soggetto possiede un proprio temperamento (influenzato sia dalla genetica che dal contesto socioculturale) in base a cui si comporta e sviluppa la propria personalità. Di fronte una difficoltà, per fronteggiarla, il soggetto fa leva sulle risorse interne acquisite fino a quel momento.

In psicologia, “l’attitudine a fronteggiare eventi difficili o periodi di difficoltà, uscendone rinforzati e senza perdere la propria sensibilità emotiva e umanità è definita RESILIENZA”. Tale concetto sviluppatosi negli USA, ha preso il nome in prestito dall’ingegneria e racchiude in sé, le idee di elasticità, vitalità, energia e buon umore. Tale termine indica nello specifico la capacità del soggetto di riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita, utilizzando le proprie energie per trovare possibili soluzioni al suo problema, evitando di perdere tempo a lamentarsi e senza subire passivamente la situazione.

Le persone resilienti, dunque, sono quelle che hanno sviluppato nel corso della loro esistenza atteggiamenti ottimistici di fronte le difficoltà, persone che hanno una buona valutazione di sé, coloro che sono tenaci e determinati nell’raggiungere un obiettivo. Ancora, la persona resiliente è colei che si alimenta di sensazioni e sentimenti positivi e che nel corso della propria esistenza ha ricevuto il sostegno e l’appoggio di amici e parenti. La resilienza è un processo, è una capacità che può essere appresa. Può essere acquisita lavorando e sviluppando l’autostima, affrontando i problemi come stimoli per migliorarsi e non come montagne insormontabili. Si può diventare persone resilienti rinforzando la propria tenacia attraverso parole e atteggiamenti positivi, sostituendo in tal modo l’attitudine al lamento, nemico di ogni forma di sviluppo e crescita.

Certo nessuna sofferenza è irrimediabile, la difficoltà non può essere ignorata né celata, ma è possibile trasformare ogni momento di oscurità e turbamento come un’ottima occasione di mutamento e di sviluppo di se stessi e della propria esistenza. È così, seguendo questo approccio, questa via, che si diventa persone resilienti.

Video youtube a corredo dell'articolo su intervento di Luciana Littizzetto sulla Resilienza, dal canale youtube Rai. Contenuto collegato all'articolo solo per il tema trattato.

Charlie Hebdo, un anno dopo


charlieImmagina di essere un bambino. Immagina di avere la passione per il disegno e l’ironia come tratto caratterizzante tipico della tua personalità. Immagina di voler trasformare questa passione in lavoro e immagina di riuscirci. Ti ritrovi da adulto a lavorare in uno dei maggiori settimanali satirici, scomodi, cinici e divertenti francesci: il Charlie Hebdo.

Così una mattina di gennaio di un anno fa ti rechi in redazione, prendi posto alla tua scrivania, impugni la matita e cominci a raccontare e a “deridere” la vita attraverso il disegno. Credi nel potere dell’ironia, credi nel riso come arma potentissima da utilizzare a favore della libertà di espressione, del diritto di parola e di opinione. Credi nel sarcasmo come strumento più efficace per sancire il diritto di satira.  Ma il fanatismo islamico non la pensa come te.

L’Islam non è pronto a ridere di fronte le caricature di Maometto pubblicate nel 2005 sul quotidiano danese Jyllands-Posten. Così la mattina del 7 gennaio due uomini fanno irruzione nella sede del quotidiano parigino di cui sei direttore e armati di kalashnikov uccidono te e altri 11 collaboratori in nome di Allah.

 L’eco della notizia si diffonde rapidamente per il mondo e nei giorni seguenti l’attentato si innalza un coro: “je suis Charlie” come messaggio di solidarietà e di difesa della libertà di parola, per il diritto di satira e contro ogni censura. Innumerevoli omaggi provengono da ogni parte del mondo: manifestazioni, veglie e vignette si concretizzano in vostra solidarietà e in nome della libertà di espressione.

È proprio in nome di tale libertà, il 12 gennaio successivo al massacro il settimanale torna nelle edicole europee e non, con una tiratura di 3 milioni di copie. In copertina Maometto in lacrime mostra un cartello recante la scritta “Je suis Charlie”, mentre in alto si legge la didascalia “Tout est pardonne'”: E’ tutto perdonato. Il nuovo numero presenta disegni e testi inediti, con l’obiettivo primario di far ridere, come sempre.

Se Charlie una cosa ce l’ha insegnata, è proprio quella di continuare a seguire la propria strada senza permettere alla paura di guidarci nelle nostre azioni.

Ci ha insegnato ad andare avanti uniti contro ogni forma di “potere” tesa a minacciare la democrazia e la libertà di parola. Ci ha insegnato a restare umani di fronte alla disumanità, impegnandoci per costruire un mondo libero e democratico.

Così ad un anno dalla tragedia il settimanale satirico francese si prepara a commemorare le sue vittime con un numero speciale dedicato proprio all’anniversario della strage (e un’immagine di copertina che ha destato già qualche polemica), al suo interno troveremo anche una raccolta dei disegni inediti dei vignettisti uccisi dalla furia omicida jihadista.

Per Charlie è fondamentale continuare a raccontare la sua verità al mondo con l’umorismo e la provocazione che lo hanno reso noto.

Chapeau Charlie!

Immagine articolo tratta da Wikipedia

Il mahatma siciliano: Danilo Dolci


Danilo_Dolci_Wikipedia_MondoliberoIl 30 dicembre del 1997 ci lasciava Danilo Dolci. Ma chi era Danilo? Perché è importante parlare di lui e perché è importante ricordarlo a 18 anni dalla morte? Dolci è stato un educatore, poeta e attivista italiano della non-violenza.

È considerato da molti una delle figure più rilevanti del movimento pacifista nel mondo tanto da meritarsi l’appellativo di Gandhi della Sicilia.

Il maggior merito di Danilo è stato quello di aver aiutato ed esortato la gente ad aprirsi, riflettere, incontrarsi, confrontarsi. È stato fautore di diverse lotte non violente contro la mafia, la miseria e per i diritti dei lavoratori, concretizzate tramite il digiuno e l’invenzione di azioni di protesta del tutto nuove.

L’attività sociale di Danilo si concretizza pienamente quando nel 1950, dopo aver abbandonato gli studi, va a vivere a Nomadelfia in una comunità di accoglienza per minori fondata da don Zeno Saltini e dopo a Trappeto, dove colpito dal profondo stato di degrado del posto, comincia a chiedersi cosa fosse possibile fare per promuovere un cambiamento.

Ha inizio così la lotta nonviolenta , quella lotta compiuta in nome della giustizia sociale e della libertà. Ciò che colpisce è che ogni iniziativa di Danilo non è per nulla dettata da idee assistenzialistiche, bensì ispirate all’ autoanalisi popolare. L’atteggiamento di Danilo non è quello di un maestro che vuole imporre le sue verità; Dolci esorta la gente a creare un proprio pensiero individuale convinto che non esista cambiamento reale senza il coinvolgimento e l’ intervento diretto degli interessati. Quelli sono anni, grazie proprio all’opera di Danilo, in cui le persone iniziano a farsi domande, a confrontarsi, a non subire le scelte ma a scegliere.

Ricordiamo fra le sue battaglie sociali più note il “digiuno dei mille” e “lo sciopero alla rovescia” nonché l’intensa attività di studio e di denuncia del sistema mafioso-clientelare. Nel ‘58 viene insignito del Premio Lenin per la Pace e con i soldi della vittoria Dolci costituisce il “Centro studi e iniziative per la piena occupazione”.

Candidato più volte al Nobel per la pace, gli viene conferita la laurea honoris causa in pedagogia e in scienze dell’educazione e la medaglia d’oro per “i suoi sforzi generosi e fecondi in un’opera di profonda solidarietà umana ed insieme promovimento di alti valori di cultura” assegnata dall’Accademia Nazionale dei Lincei. Numerose altresì, le pubblicazioni letterarie in collaborazione con numerosi intellettuali e scienziati, da Treccani a Laszlo, da Galtung a Borghi, da Rubbia a Fromm, ecc.

Nel marzo del 1967 organizza “la marcia della protesta e della speranza per la pace e per lo sviluppo” che vede la partecipazioni di decine di contadini, famiglie e lavoratori, ma anche di Peppino Impastato e intellettuali come Carlo Levi, Bruno Zevi, Lucio Lombardo Radice, ecc.

Danilo Dolci ha generato un’esperienza di lavoro sociale ed educativa probabilmente senza precedenti.  Attraverso le sue battaglie ha prodotto i presupposti per un effettivo cambiamento ancora oggi percepibile.

Ecco perché parlare di Danilo non è facile, non è semplice descrivere le sue opera in poche righe senza correre il rischio di cadere nella retorica. L’intento di tale articolo dunque, è quantomeno quello di far sì che figure straordinarie come la sua non vengano dimenticate. Ricordare a tutti, specie alle nuove generazioni, l’importante contributo che quest’uomo ha offerto per lo sviluppo di una terra che sin da subito ha imparato ad amare e a proteggere con dedizione e passione. Tutto ciò affinché non venga obliato il suo insegnamento oggi più attuale che mai e che è possibile riassumere in queste sue semplici ma significative parole: “Certamente esistono situazioni irrazionali, in tensione, in esplosione. Proprio per questo occorre una vita nonviolenta così organica, così forte, così duramente forte quando occorre, da assorbire e impedire la mala violenza a tutti i livelli.

Per non rischiare di disperdersi in astrazioni o in un’azione di propaganda velleitaria, occorre aver i piedi per terra nell’azione e nella lotta mentre lo sguardo vede anche lontano; formare dal basso centri di sviluppo aperto che man mano si approfondiscano, allarghino, moltiplichino: cellule nuove che tendano a collegarsi in nuovi tessuti”.

Foto articolo tratta da Wikipedia