Lettera aperta a Marin (di Massimo Gramellini)


Testo  dalla prima pagina de  “La Stampa” di mart. 2 agosto 2011 ,  di Massimo Gramellini (che ho trovato condivisibile con i suoi consigli e impressioni).

“Caro Marin

Caro Marin naufrago della Pellegrini, perdoni se rispondo a una lettera che lei non mi ha scritto, ma alcuni lettori mi hanno chiesto di spedirgliela. È tale l’umore collettivo, depredato da Borse e borsaioli, che si sente l’esigenza di evadere in un dolore più puro. In questi giorni lei incarna in mondovisione quel che, nel nostro piccolo, almeno una volta siamo stati o saremo un po’ tutti: l’innamorato abbandonato e tradito. Il suo strazio è passato attraverso tutte le fasi della narrativa sentimentale, a cominciare dall’equivoco sulla «pausa di riflessione», che per chi ama ancora rappresenta una sosta ai box, mentre per chi ha smesso di amare è solo la scorciatoia che lo dispensa dall’imbarazzo di un discorso d’addio.

Quando lei archiviò la Manaudou e si trasferì da una primatista mondiale all’altra, la consacrai simbolo di un uomo nuovo: il maschio femmina, altruista e sensibile, che sa infondere sicurezza a compagne ingombranti senza smarrire quella in se stesso. Si tratta di un equilibrio magico, e a vent’anni parecchio provvisorio. Appena uno dei due smette di nuotare, l’amore affoga e non esiste virata che lo rimetta a galla.

Ma mi creda: non è mai un altro maschio ad affondare la coppia. Può essere solo una scialuppa con cui la sua ex ha riguadagnato la riva, in attesa di ripartire verso un altrove che non contempla né lui né lei, caro Marin.

Non presti orecchio alla voce livida della gelosia. Faccia conto di aver preso un malanno e si metta a letto per un mese senza guardare la tv. E senza andarci, possibilmente. Guarirà. E sarà pronto per togliersi il gusto a lei ignoto di innamorarsi di un’ignota.”

Si ringrazia Massimo Gramellini, autore del testo, per l’autorizzazione alla citazione di suoi articoli con riferimento.
Foto tratta da Wikimedia Commons.

La mancata percezione delle ringhiere, delle situazioni, degli effetti delle azioni e del “confine”


Testo  dalla prima pagina de  “La Stampa” del 9 febbraio 2011,  di Massimo Gramellini.

Cento all’ora nella nebbia

“Due morti e decine di incidenti, tamponamenti e feriti sulle autostrade del Nord-Est fasciate dalla nebbia. E la solita domanda: perchè? Perché le persone non alzano il piede dall’acceleratore quando intorno a loro la visibilità si riduce a una coperta di latte? Escludiamo che siano tutti ubriachi, o pazzi o aspiranti suicidi. Resta una sola ipotesi: è saltato il senso del limite, la percezione chiara che ogni gesto non è arabesco nell’iperspazio virtuale, ma va a finire da qualche parte, dove produce effetti concreti e definitivi: se non bagni un fiore, il fiore appassisce; se hai l’amante, tradisci il partner; se corri in auto nella nebbia, prima o poi andrai a sbattere.

Fog On a Highway

Si chiama nesso di casualità e una volta lo insegnavano alle elementari, suppongo anche adesso. E allora cos’è che non si insegna più? Le ringhiere. Nessuno ci insegna più a mettere le ringhiere. Le macchine hanno gli airbag, e noi? Le regole non sono una bizzarria concepita dai tiranni. Sono le linee di confine che servono a rassicurare le persone e a renderle coscienti dei propri limiti affinchè siano in grado di superarli. Come la metrica nella poesia, hanno il compito di dare il ritmo e forma al’esistenza. Le ringhiere interiori proteggono dall’eccesso, dall’arbitrio, dalla perdita di contatto col proprio corpo e con tutto ciò che lo circonda. La libertà consiste nello scavalcarle. Ma senza di esse si brancola in uno spazio informe e alla fine si precipita.”

Si ringrazia Massimo Gramellini, autore del testo, per l’autorizzazione alla citazione con riferimento.
Foto tratta da Wikimedia Commons.